E ci risiamo. Un nuovo mandato da coordinatore per il triennio 2026-2029. Un nuovo incarico accettato con onore e da affrontare con impegno e dedizione.
Sembra passato un secolo da quando ho avuto la prima nomina nell’ormai lontano 2020, anno nefasto segnato dalla pandemia e invece sono trascorsi solo sei anni. Dico “solo” perché possono sembrare tanti o pochi, dipende dai punti di vista, ma per quanto mi riguarda è stato un periodo lungo e intenso connotato da numerose vicende molte delle quali sono state riportate nel mio libro.
Nel 2020 la mia avventura da coordinatore iniziò praticamente il 7 marzo con l’apertura della sala operativa per l’emergenza Covid-19. Nel mio diario scrivevo a tal proposito, come riportato nel libro MA CHI ME LO FA FARE, quanto segue:
Io ero uno degli ultimi volontari arrivati nella truppa, tuttavia fui contattato dal responsabile del servizio per dare una mano, poiché il coordinatore del gruppo, contestualmente all’apertura del C.O.I. (centro operativo intercomunale), comunicò la sua impossibilità per motivi personali a presenziare alle operazioni ed attività che si sarebbero rese necessarie e da lì a poche settimane, tale assenza fu formalizzata con le sue dimissioni. Vi avevo già parlato della tempesta perfetta? Credo di si e questa per me era la prima che si presentava. Come sua consuetudine, Antonio, senza fare giri di parole, mi chiese se me la sentivo di colmare il vuoto direttivo che si era creato e di organizzare l’attività del nostro gruppo sulla base delle indicazioni che sarebbero arrivate dalle strutture nazionali, regionali, provinciali e comunali, che di fatto costituivano la catena di comando dell’emergenza. In sostanza ero stato nominato ufficiosamente coordinatore sul campo nel momento in cui fu ufficialmente dichiarata l’esistenza della pandemia in Italia e nel resto del mondo, a circa un anno dal mio corso base, con una sostanziale e certificata inesperienza di ciò che faceva un coordinatore ma, soprattutto, per gestire una criticità che nessuno mai aveva vissuto in passato. Non esistevano di fatto protocolli, nessuno sapeva quali azioni avrebbe potuto e dovuto svolgere il volontariato di Protezione Civile in un contesto simile. Neanche io feci giri di parole e fu sufficiente un semplice Ok per farmi ritrovare tra le mani, al fine di leggerlo e studiarlo, il decreto sindacale che istituiva il C.O.I. Oggi, a bocce ferme, ancora non so chi tra me ed Antonio sia stato più pazzo: lui sicuramente ad affidare una bomba senza la spoletta nelle mani di un pivello ed io, il pivello, ad accettare di pilotare qualcosa simile ad un Boeing 737 nel bel mezzo di una tempesta e con poche ore di volo sulle spalle.
Dopo aver superato il 2020 e il 2021 con la campagna vaccinale, accompagnati e mai abbandonati dalle emergenze classiche legate il rischio idrogeologico scrivevo:
Dire estenuante non rende affatto l’idea. Ci sono state mattine in cui ho dovuto gestire anche trenta o quaranta telefonate nello spazio temporale intercorrente tra il risveglio e la conclusione della colazione, soprattutto nel periodo di avvio della campagna vaccinale, quando i problemi erano tanti ed il motore non era a regime. Ci sono stati momenti in cui avrei mandato tutto all’aria. Voglio evidenziare che non avevamo solo il Covid e i vaccini da gestire, ma anche le emergenze tradizionali che non erano di certo andate in vacanza. Negli attimi di maggiore pressione mi bastava fare un respiro profondo e la mente mi riportava a bordo del Boeing con la cloche fra le mani. Ero in volo con il mio equipaggio, le mie ragazze, i miei ragazzi, il mio gruppo. Qualcuno lo avevamo perso, è fisiologico. C’era stato chi ha avuto paura ed ha abbandonato la nave. Non posso di certo biasimarlo, siamo e restiamo volontari. C’era stato anche qualche socio del circolo degli anziani che aveva appeso la divisa al chiodo nel momento in cui era emersa l’incapacità o la voglia di adeguarsi ai tempi che stavamo vivendo. Un intervento che non aveva consentito di accendere una motosega o che non aveva fatto uscire le vesciche alle mani usando una vanga, non era stato vissuto da qualche veterano come una emergenza e più in generale, come una attività di Protezione Civile. Allo stesso tempo però qualcuno era balzato a bordo. Il mio aereo continuava ad andare anche controvento e io di ore di pilotaggio, nel frattempo, ne avevo fatte tante. Adesso non navigavo più a vista, ma seguivo una rotta che giorno dopo giorno diveniva sempre più definita: avevo contezza di guidare un grande gruppo fatto di persone eccezionali che avevano dimostrato il loro valore in uno dei momenti più difficili vissuti dal genere umano”.
(Dal capitolo 7 “IL VOLO DEL PIPISTRELLO”).
E come dice il mitico Vasco IO SONO ANCORA QUA…HE, GIA’.

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